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Storia

Cenni storici

Rossano, secondo lo storico Brentari, sorse verso l'anno 1050, quando la famosa figlia di Berengario, Ermiza, con il figlio Forzura, fondò nel territorio Bassanese una rocca sull'antico fundus Roxianus così detto da Roxius, cittadino e notabile romano che ne era stato proprietario.

La famiglia di Ermiza si trasferì in seguito a Treviso, e diede a quella città illustri cittadini quali: Tisone, Vecello ed Enrico da Rossano, nominati nel codice Ezzeliniano del 1126.

Il castello fu innalzato ove ora è la chiesa parrocchiale, intorno alla quale si conservano assai bene, e quasi per intero, le fosse che la circondavano. Rossano fu per molti anni legato alle sorti di Bassano e della potente famiglia degli Ezzelini, i quali vissero nel periodo storico dei Liberi Comuni. Costituitasi Vicenza a Repubblica, nel secolo XII, Bassano, che apparteneva ad Ezzelino I detto il Balbo, si unisce ad essa nell'anno 1175. Nel 1194, passa ad Ezzelino detto il Monaco che la consegna con il suo territorio ai Padovani in garanzia di una grossa somma, ma in seguito a nuove liti la riprende (1199) e la cede ad Alberico (1223). Nel 1240 Bassano passa ad Ezzelino III detto il Tiranno. Fu sospettoso, crudele, astutissimo ad ammassare denari, spogliatore di chiese, uccisore di preti, frati, religiosi: conferiva benefici come il Papa a chi voleva.

Molte guerre si succedettero poi, intanto Verona, Padova, Treviso e Vicenza si costituivano Comuni indipendenti e riconoscevano solo l'Imperatore. Così successe a Bassano e l'esempio si estese alle ville; fra queste, Rossano che, pur dipendendo da Bassano, acquistò, verso il 1260, una certa autonomia che diverrà sempre maggiore. Frequenti contrasti ebbe Bassano anche con le altre ville del territorio: gli atti del Consiglio sono infatti costellati di liti per i confini fra le comunità, come quella scoppiata nel 1442 fra Bassano e Rossano e durata oltre un ventennio.

Nelle campagne cominciò la coltivazione del gelso (moraro) e l'allevamento del baco da seta (cavaliere). Nonostante i contrasti sopraccitati i nobili e i conti del tempo incominciarono a chiedere suppliche alla Magistratura dei Beni Inculti della Serenissima Repubblica di Venezia per scavare canali, ottenere concessioni di acqua dal fiume Brenta, come forza motrice di filande, cartiere, molini e magli. Il 1700 fu il secolo delle riforme civili, delle scoperte e delle invenzioni. Nacquero le prime botteghe e le prime fabbriche. Anche Rossano ebbe i suoi opifici, mulini, cartiere, segherie e magli.

Nel 1800 gli Austriaci furono sconfitti dai Francesi, che furono stanziati, oltre che a Bassano, a Rosà, Cassola e Rossano. Ma durante tale occupazione nei nostri territori vi furono anche saccheggi e distruzioni: proprio nel 1809 l'archivio parrocchiale e quello comunale di Rossano andarono distrutti. Dopo la sconfitta di Napoleone nel 1815, i nostri paesi rientrarono a far parte del regno Lombardo - Veneto. Nel 1817 la popolazione di Rossano fu colpita da una tremenda carestia accompagnata da tifo, e negli anni 1832 e 1836 dal terribile morbo del colera: il capitello della Madonna della Salute ne è testimonianza. In seguito alla guerra di indipendenza, anche Rossano entrò a far parte del regno d'Italia e nel 1866 gli fu dato l'attributo di "Veneto" per distinguerlo dalla omonima cittadina calabra.

Testi tratti da "Rossano Veneto; scampoli di storia e di vita", di Clelia Lunardon Marin.

Il duomo

Dalla nascita della parrocchia della cappella di S. Maria di Rossano all'elevazione a Duomo nel 1981.

Chiesa di San Lorenzo

L'esistenza della chiesa di S. Lorenzo, documentata già nel XVI secolo.

Villa Comello

Monumento nazionale costruito verso il 1650 dai signori Cortellotto.

Villa Caffo Navarrini

Dal marzo 1730 ad oggi. Villa Caffo Navarrini acquistata dal Comune di Rossano Veneto con l’intento di farne la nuova sede della Biblioteca comunale e ricostituire quel polo culturale che le valse trecento anni fa l’appellativo di “dotta”.

Palazzo Sebellin ex Sede Municipale

Testi tratti da "Rossano Veneto; scampoli di storia e di vita", di Clelia Lunardon Marin.

 
 
 
 
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