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Villa Caffo Navarrini

Il 18 marzo 1730, il nobile Bartolomeo Caffo, imprenditore della seta, entrò in possesso di un vasto appezzamento terriero (74 campi) da identificare con quella contrada, a nord della Chiesa, già del nobile Iseppo Bonfadini e poi di Zambattista Bortolazzi: una sorta di paradiso per Bartolomeo, uomo colto, amante delle lettere e delle lunghe e sagge conversazioni, al punto da far tributare alla villa, che di lì a poco verrà costruita, l’appellativo di “ dotta”.

Tra il 1739 e l’anno successivo, Bartolomeo Caffo affidò all’architetto bassanese Giovanni Miazzi, seguace del Palladio, del Serlio e del Vignola, l’incarico di progettare e costruire la villa. Ne risultò una costruzione basata sulla lucida semplicità, sulla franchezza dei volumi e l’essenzialità dei corpi: all’attuale corpo centrale erano associate due barchesse aperte, quasi certamente utilizzate per l’attività di gelsibachicoltura in connessione con l’attività tessile del proprietario.

La villa subì poi molti rimaneggiamenti, dei quali è possibile tracciare l’evoluzione in modo solo ipotetico fino al 1789, data nella quale sulle barchesse vennero innalzate le colombare e sul lato ovest del corpo centrale venne addossata una cappellina domestica.

Nel 1792 Bartolomeo acquistò altri 23 campi, e fu costretto a migliorare la rete d’irrigazione: in una mappa facente parte del Catasto Napoleonico, e datata 18 settembre 1809, appare un laghetto artificiale, evidentemente scavato non appena accolta la richiesta d’uso irriguo della tenuta. A questa data, Bartolomeo era morto già da un anno.

Tra il 1832 ed il 1855 vennero murate alcune finestre delle barchesse, allineate le colombare e alzate le coperture; sulla parte ovest fu aggiunto un profondo porticato, risultato dell’allungamento della falda spiovente a ponente della barchessa. A questo periodo probabilmente risalgono i monocromi che adornano le pareti della stanza subito a destra dell’entrata, in cui appaiono degli scorci paesaggistici, i dintorni campagnoli, le cascate dell’amata tenuta, il tutto con un contorno decorativo neoclassico.

Verso la fine dell’ Ottocento, morto anche il figlio Niccolò, l’intera proprietà entrò in possesso del cavalier Francesco Navarrini, celebre cantante lirico, ricordato ancor oggi dal cancello d’entrata, nei cui due battenti campeggia al centro una cetra, simbolo di musica e canto.

Durante le due guerre mondiali, l’edificio ospitò dapprima un ospedale, poi vari comandi militari, fra cui quello tedesco nel corso dell’ultima guerra. Nel secondo dopoguerra, la villa fu acquistata da Matteo Cecchele, passò poi agli eredi Rodighiero, all’Agricola Rossanese s.r.l., a Miki Biasion, a Creme e Ganassin, e, finalmente, al Comune di Rossano Veneto, che l’acquistò il 26 luglio del 2001, con l’intento di farne la nuova sede della Biblioteca comunale e ricostituire quel polo culturale che le valse trecento anni fa l’appellativo di “dotta”.

Ricerca a cura del dott. Mauro Fantinato e della dott.ssa Cristina Campagnolo.

 
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